Umiltà, un pò di orgoglio e tanta, tanta passione

Non è come a una fiera, o come in una degustazione negli hotel o nei saloni. Quando i vignaioli li vedi nelle loro cantine, nei loro vigneti e tra le loro botti, la sensazione che danno è tutta diversa: sono meno spaesati, magari meno spavaldi, ma certamente molto più umili, e anche un po’ più orgogliosi. Umili da humus, terra: perché quel che si nota è proprio il legame con la terra. È un legame fatto di passione, innanzitutto: quella passione bruciante, totale, anche se talvolta amara – nei momenti difficili – come lo è per la donna o l’uomo della propria vita.

L’orgoglio che si scopre è quello che provano per un lavoro fatto bene, che rende la terra più madre e la vita meno dura.

Istanti che si fissano per sempre nella memoria a rendere lieto il cuore e meno tristi i momenti bui, sensazioni indimenticabili che fanno capire molto di più del mondo del vino: che non è solo un piacere del palato, ma è un pezzo di vita che si scopre.

Gli occhi brillanti di Simone Nera quando versa un calice di Sassella con una fetta di “quella” bresaola; la voce troppo tonante ma spesso carezzevole di Carlo Pietrasanta quando – Cantine Aperte in Vendemmia – racconta l’uva ai bambini; il brivido di piacere che si sente nella schiena quando si scende nell’Infernot con Giovanna o Caterina Brazzola; lo stile di Cristina Kettlitz che attraversa i saloni del Castello; le mani di Marco Caprai su quel grappolo di Sagrantino; i sorrisi di Filippo Antonelli e Graziano Nicosia davanti alle loro amate bottiglie. È impossibile citarli tutti in poche righe: gli altri ci perdonino, arriverà il loro turno, qui o altrove.

Solo andando a trovare i produttori nelle loro aziende si capisce che il vino è cultura: cioè passione, fatica, intelligenza, impegno spasmodico, ambiente, territorio. Solo dopo è un liquido eccellente che moltiplica il piacere della vita o ne allevia il dolore: non per l’alcol, ma per la gioia che si prova davanti a un’opera d’arte.

Così si scopre che il vino è proprio figlio delle terre e di uomini e donne che rendono le stesse terre feconde.

E allora ci teniamo stretti i nostri amici enotecari e sommelier, come ambasciatori: ma non possiamo fare a meno di andare per cantine, quelle aperte tutto l’anno, per conoscere quelle terre e quegli esseri umani, e sempre meglio i loro figlioli in bottiglia.

 

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