Il Montenetto fra presente e futuro

Tra il 18 e il 23 febbraio chi è entrato a La Porta del Vino ha avuto l’occasione per conoscere meglio i vini del Monte Netto e di Capriano del Colle, piccola DOC della zona di Brescia. L’esperienza è stata sorprendente per il grande livello qualitativo espresso dalle molte tipologie di vino presenti.

In una di queste giornate ho anche avuto modo di conoscere e di intervistare Mario Danesi, ispirato produttore e vice presidente del Consorzio Montenetto. Ne è emerso il panorama di un territorio dinamico e fiducioso nelle proprie potenzialità. La denominazione Capriano del Colle non è molto conosciuta, certamente meno di quanto meriti: appartiene a quell’arcipelago di denominazioni bresciane (Botticino, Cellatica, Garda) che fanno fatica nel far sentire la loro voce in una realtà dominata da territori ben più ampi, celebri e affermati (vedi Franciacorta e Lugana). L’impegno del Consorzio, ci dice Danesi, è innanzitutto rivolto ad una revisione della denominazione: non più Capriano del Colle, ma Monte Netto (o Montenetto, come preferiscono nel Consorzio), per sottolineare meglio l’identità fra vino e territorio, cioè quella particolare collina, che si erge improvvisa nella Pianura Padana, lunga quattro chilometri e larga due e mezzo, in cui allignano tutti i vigneti. A proposito di vigneti, quali sono le uve del Monte Netto? Un gruppo eterogeneo: Marzemino, Merlot, Sangiovese e, in misura minore, Barbera e Incrocio Terzi per i rossi; Trebbiano di Lugana (altrimenti detto di Soave), Trebbiano Toscano, Pinot Bianco, Chardonnay per i bianchi. L’attuale tendenza dei produttori di questa d.o.c.  è però quella di puntare innanzitutto sul Marzemino, utilizzandolo in percentuale maggioritaria nel blend Capriano del Colle rosso o vinificandolo in purezza (100%) nella denominazione appositamente creata. Il Consorzio ha anche finanziato una ricerca genetica sul questa peculiare uva del Monte Netto, scoprendo che si tratta di un clone specifico, diverso dal ben più noto Marzemino trentino e altrettanto diverso dal Marzemino veneto. Infatti il Marzemino CdC (Capriano del Colle, come è stato chiamato), ha una buccia più spessa, cede più materia colorante, ha maggiore tannini e acidità, unendo struttura a immediatezza di frutto, note floreali e balsamiche.  Insomma una grande uva per un grande vino, che si preferisce generalmente elevare in contenitori neutri (acciaio, cemento), per meglio risaltare tutte le sue specificità.

Ancora una volta il nostro Paese ci stupisce: è sufficiente prestare la necessaria attenzione a un territorio, per piccolo che sia, per scoprire degli autentici gioielli, magari alle soglie di casa. La Porta del Vino tornerà sul Monte Netto, organizzando una spedizione dedicata in concomitanza all’ormai imminente primavera.   

DEGUSTAZIONE: Capriano del Colle bianco superiore “OTTEN 2” Cantina San Michele

San Michele Otten2La serata di sabato 23 febbraio, presso la Porta del Vino, è stata dedicata ai vini bianchi di Capriano del Colle, un evento ricco di piacevoli sorprese e molti dei vini in degustazione meriterebbero una recensione. Per ora ci dobbiamo accontentare di raccontare qualcosa di questo particolarissimo “Otten 2” della Cantina San Michele: figlio di una piccola parcella di vigneto che la natura ha eletto, in particolari annate, a culla della mitica Botrytis Cinerea, la muffa nobile autrice di alcuni dei più famosi vini di Bordeaux, è a base esclusivamente di Trebbiano di Lugana. Le foschie mattutine, poi subito rarefatte dal sorgere del sole, creano l’ambiente ideale per il microrganismo capace di trasformare l’uva in uno scrigno di profumi particolari e difficilmente dimenticabili. La vendemmia è effettuata in due tempi: agli inizi di ottobre per una parte delle uve (già leggermente surmature), e alla fine di ottobre, dove la restante parte ha ricevuto la muffa nobile. Le due partite di uve vengono vinificate separatamente per poi essere assemblate. I vasi vinari sono in cemento e maturano al loro interno il vino per almeno due anni. Poi, la parola alla bottiglia, per un affinamento minimo di altri dodici mesi. Quella del 2015 è la seconda mai prodotta, la prima marcava 2012, la prossima sarà il 2018, ovviamente ancora in cantina e disponibile dal 2020/2021.

Incantevole il risultato: al naso è ricco, penetrante, con sentori minerali “nordici” e accenni di idrocarburo, poi fiori e risonanze speziate. La struttura, imponente, ha grande freschezza e un finale salmastro che lascia sodisfatto il palato. Lunga la persistenza aromatica. Un vino unico e unico il limite di questo 2015: quello di essere ancora giovane e lungi dal poter esprimere tutte le sue potenzialità. I fortunati possessori di qualcuna di queste bottiglie abbiano la pazienza di attendere ancora qualche anno e ne saranno ampiamente ripagati.

 

 

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